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sabato 6 ottobre 2018

Ritorno a Erto capitolo 2


Stretta tra quelle braccia ancora così forti fatico a pensare, non me lo aspettavo, non è da lui.
Mentre la mia mente vaga su questi pensieri, si stacca e mi guarda, non sappiamo cosa dire, per fortuna interviene Giovanni:
Sei sempre bella uguale sorellina! – mi dice mentre si fa spazio tra me e papà e mi abbraccia pure lui. Non sono abituata a tutti questi gesti di affetto in generale, meno ancora da loro. Mio padre non mi aveva mai stretto e mio fratello tendenzialmente mi pizzicava per dimostrarmi quanto bene mi volesse ma erano passati tanti anni e per loro, come ha detto Elisabetta io ero morta.
Venite, è pronto, sedetevi!– mia madre ci chiama a tavola ed Elisabetta riprende il centro della scena.
Zia, ma tu dove vivi? In cielo?
Sorrido: – No, vivo in una città un po’ distante da qui ma neanche troppo, si chiama Padova.
In una città? Ma di quelle con i palazzi grandi e tante macchine che corrono? Come Belluno?
Mi sa che ha molti più palazzi e più auto di Belluno!
E hai il giardino grande, grande come il nostro qui dietro? – Chiede indicando il vetro che ha dietro la schiena.
No, vivo in un appartamento, ho solo un piccolo terrazzo!
Non hai il giardino?– sembra sconvolta ma proprio in quel momento sento la porta aprirsi – È la mamma, aspetta che vado a dirle che non svenga!
Sento la piccola bisbigliare, poi vedo il volto di Lucia comparire sulla porta pallido:
Allora è vero!
Già!– le dico alzandomi e dandole due baci sulle guance. Non riesce a dire molto e i piccoli richiamano la sua attenzione, si dirige verso di loro continuando a fissarmi. Torno a sedermi e continuo a mangiare, neanche i piatti di mia madre sono cambiati, buoni come allora e adesso che ho imparato a cucinare li amo ancor di più perché ho capito quanta fatica e impegno servono.
Il pranzo prosegue tranquillo, mi raccontano come va la vita lassù e cosa fa Lucia, mio padre non parla finché non arriva il dolce, ormai deve tornare alla stalla.
Quanto ti fermi? – mi chiede a bruciapelo.
Non lo so, forse qualche giorno!– rispondo sincera, alla fine non ci avevo pensato.
Dove dormi?
Il mio silenzio fa capire che non ho pensato a nulla.
Di sopra, nella camera di Elisabetta!– risponde Lucia
Siiiiiii, che bello! – esulta la piccola.
Non vorrei disturbare. – cerco di obiettare ma penso che la mia sia più paura di rimanere lì.
No zia, ci sono due letti, staremo benissimo! – si alza mi prende la mano e mi trascina su per le scale.
Sospiro mentre mi mostra la camera, era la mia, un groppo mi sale in gola, la tensione degli ultimi anni in quella stanza si fa sentire, come se non fosse cambiato nulla eppure è tutto diverso, per la prima volta penso che non so se ho fatto bene a venire né soprattutto a rimanere, mi siedo sul letto che Elisabetta mi concede e penso che non ho bisogno di sentire Alberto ma il telefono è nella borsa che ho lasciato al piano di sotto.
Elisabetta, vado a prendermi la borsa e la valigia ok?
Va bene, poi però ti mostro tutta la casa, è bellissima.
Le faccio un cenno del capo, lei non sa quanto sia difficile per me rivedere quelle mura, non può saperlo. Espiro mentre esco dalla stanza chiudendo la porta.
Difficile vero? sobbalzo nel sentire la voce di mio fratello, non mi ero accorta di lui. Scusa, non volevo spaventarti, ho pensato di portarti valigia e borsa.
Grazie, stavo proprio scendendo a prenderle. È strano rientrare in questa camera, non ero molto felice quando l’ho lasciata e anche se è completamente diversa...mi ricorda ancora troppe cose.
Muove appena la testa, lui non parla mai molto e anche adesso chiaramente non sa cosa dire, non fanno per lui questi discorsi, almeno in questo non è cambiato. Mi passa le mie cose.
Noi andiamo a lavorare, Lucia è a casa fino alle quattro anche se adesso sta cercando di addormentare i bambini, comunque c’è mamma se hai bisogno di qualcosa!
E io… si sente una voce da dentro la camera.
Certo, ed Elisabetta!
Sorridiamo!
Grazie, Elisabetta è una bravissima padrona di casa!
Spero solo che non ti disturbi troppo, è un po’ invadente!mi dice sottovoce.
Rido. Il telefono suona nella borsa, mi scuso e lo prendo. Alberto.

venerdì 5 ottobre 2018

Ritorno a Erto



“Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuole dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra, c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti. Ma non è facile starci tranquilli….”

Dopo aver letto queste parole ho deciso di tornare a casa, non so perché, ero ben decisa a non rivedere mai più questi posti e tanto meno chi ci vive, familiari compresi. Però mi si è mosso qualcosa dentro, le ho lette e la gola mi si è stretta come quando devi buttare fuori qualcosa in maniera talmente forte che vuoi piangere e gridare. Non l’ho fatto, neanche questa volta, ho mandato giù il groppo con un bicchiere d’acqua e sono andata a fare una passeggiata, poi sono tornata e ho preso il biglietto del treno per il fine settimana. Ed eccomi qui, sabato mattina in quell’Erto che avevo abbandonato, a due passi da quella diga maledetta. Ma per me qui tutto è maledetto, i negozi, le case, i prati: ricordi infami mi tornano alla mente, dopo quasi 10 anni non è cambiato nulla, solo la mia vita eppure non ho dimenticato.
Me ne sono andata sbattendo la porta a 19 anni, i miei non volevano che mi iscrivessi a lettere, non volevano che facessi la scrittrice, credevano solo che volessi assomigliare a lui, quell’uomo strano che ha scritto di questi boschi, che vive qui tra noi, che è uno di noi, che va all’osteria e intaglia il legno, che non si fa trovare dai giornalisti. Credevano che volessi essere come lui o come Tina Merlin, qui conoscono solo loro due e pensano che siano dei pazzi.
– Noi non siamo mica matti,– mi diceva mio padre – hai tante di quelle cose da fare qui. Se non vuoi lavorare la terra puoi andare a Longarone, cosa ti serve finire a Padova.
Abbiamo litigato tante, troppe volte, finché ho capito che non sarei arrivata da nessuna parte e così, finita la maturità, ho fatto le valigie. Una mattina sono scesa all’alba, come sempre, ma non ero pronta per portare le vacche al pascolo, avevo i jeans e una canotta.
Dove devi andare?
Me ne vado, la mia vita non è questa!
E dove pensi di andare?
A Padova!
Ancora questa storia? – mio padre era furibondo – Cosa pensi di fare lì? Le poco di buono vanno in città. Ti mangeranno.
Saprò cavarmela, io non voglio fare la vostra fine, voglio un’altra vita.
Sentii la guancia che pulsava e mi ritrovai piegata su me stessa, non avevo neanche sentito la sua mano, solo la sua forza, i suoi calli che graffiavano la pelle delle mie guance e la scalfivano.
Mi toccai dove sentivo il dolore e poi lo guardai in faccia:
Addio!– dissi salendo in camera.
Non durerai più di due giorni!
Mia madre piangeva, guardava e piangeva. Non ha mai fatto altro, mai preso posizione. Mai una parola di conforto, né una contro mio padre.
Uscii da quella porta con la chiara convinzione che non sarei più tornata, né mi sarei più fatta sentire, cosa di cui ero ancora convinta due giorni fa.

Scesa dall’autobus, mi avvio verso casa, su per quelle stradine di sassi, nate per i carri e per le mandrie, non per le auto. L’odore è rimasto uguale, mi fermo: sa di stalla e di prato, di tutte quelle erbe spontanee che coprono i pascoli. Anche i rumori non sono cambiati: le campane delle mucche in lontananza, gli uccelli che fischiettano, le donne che parlano dalle finestre talmente vicine che possono bere il caffè insieme rimanendo ognuna a casa propria. Riparto, c’è solo un rumore che stona e che blocca tutti gli altri, il mio trolley: non è fatto per la montagna, per il ciottolato che contraddistingue quel vicolo; sento gli sguardi da dietro le tende, non mi volto a guardare, non mi serve, vado avanti verso il momento più difficile: bussare a mia madre. In casa dovrebbe esserci solo lei, se c’è. Chissà, forse è morta o forse si sono trasferiti. Non so nulla di loro.
Suono il campanello, hanno ristrutturato gli infissi e tutta la casa ma il nome ancora non c’è, qui non serve, tutti si conoscono.
Mi apre la porta una bambina di circa sei anni, capelli castani e ricci raccolti in una coda alta, le guance rosse di chi sta all’aria aperta tutto il giorno. Mi guarda seria, non sorride. Io non parlo, forse i miei si sono trasferiti veramente.
Nonna, nonna, c’è una signora che ti assomiglia alla porta.
Arrivo subito!– sento la voce di mia madre dalla cucina. L’ha chiamata nonna, riguardo quella bimba e in effetti ha gli occhi chiari di mio fratello, le labbra carnose di Lucia, la sua fidanzata di allora. Mentre sto lì ad osservarla, non mi rendo conto che mia madre si è avvicinata alla porta e mi sta fissando.
Ciao mamma. – riesco a malapena a dirle con voce fioca.
La piccolina mi guarda, la guarda, mi riguarda: – Nonna, perché ti ha chiamato mamma?
Mia madre scrolla la testa, come se improvvisamente fosse tornata alla realtà grazie a questa vocina.
Lei è la zia della foto che ho in camera, te la ricordi?
Zia Sandra? – chiede incredula, guardando la nonna e poi me e poi di nuovo lei. Alla fine si decide e mi abbraccia – che bello zia, benvenuta!
Nessun bimbo mi aveva abbracciato prima, le appoggio una mano sulla schiena ma capisce che c’è qualcosa di strano, si allontana, mi guarda, mi prende la mano: – Vieni, entra, devo raccontarti un sacco di cose, tranquilla, non ti abbraccio più. Nonna, dai, falle il caffè.
La piccola mi trascina dentro, la seguo e mia madre fa strada verso la cucina. Non mi ha ancora rivolto la parola.
Ѐ tutto cambiato, la vecchia cucina non c’è più, ora ne hanno una marrone in perfetto stile montagna.
Io sono Elisabetta e sono la figlia di tuo fratello Giovanni e di mamma. Il nonno dice sempre che sei morta, ma io non ci credevo, anche perché la nonna mi diceva che saresti tornata. Vedi nonna, avevi ragione!
Eh già,– sono le prime parole che mia madre pronuncia sedendosi di fronte a me preparando la tazzina per il caffè. – Come stai?
Bene. – le rispondo con un sorriso lieve – qui avete cambiato tanto.
Quando tuo fratello si è sposato, abbiamo risistemato un po’ tutto.
Eh sì, noi abitiamo di sopra. – risponde Elisabetta – ma ora non posso portarti perché i miei fratellini dormono.
I tuoi fratellini?– chiedo incredula
Sì, Mattia ha quattro anni e Silvia e Francesco due, sono gemelli! E i tuoi bambini dove sono?
Ehm...io non ho bambini.
Ah no? E perché?
Non so cosa rispondere, in fin dei conti non c’è un vero motivo per il quale io e Alberto non abbiamo ancora pensato ad avere figli.
Elisabetta non si fanno queste domande. – interviene mia madre.
Scusa! – dice la piccola guardandomi con gli occhi pieni di vergogna.
Non ti preoccupare. In realtà non c’è un vero motivo, stiamo solo aspettando.
Ma hai il moroso?
Certo, si chiama Alberto e ha l’età del tuo papà.
E non avete ancora bambini?
Questa cosa sconvolgeva quella piccola più di qualsiasi altra notizia, neanche che una zia morta avesse bussato alla porta era più tremendo del fatto che a trent’anni non avessi ancora figli.
Dal piano di sopra si iniziano a sentire degli strilli.
Mia madre versa il caffè nelle tazzine e poi scompare sulle scale.
Si sono svegliati, vedrai sono terribili.
Davvero?
Sì, sì! Proprio tremendi.
Sorrido, quella bambina sembra fin troppo sveglia per la sua età. Assomiglia tantissimo a sua madre e così decido di chiederle della sua famiglia, anzi della nostra famiglia.
Mamma e papà dove sono adesso?
Papà è con il nonno al pascolo, fra poco tornano. Mamma è al negozio, lavora con sua sorella, vendono le cose di legno per i turisti, fra poco torna anche lei. Mangiamo tutti assieme e così ti vedranno.
Eh, non so se posso mangiare qui!
Certo che puoi, abitavi qui, poi dobbiamo far vedere al nonno che sei viva, non ci crederà.
Era la cosa che mi spaventava di più ma a Elisabetta non potevo dirlo.
Magari vengo solo a bere il caffè.
No, fermati per pranzo. Mi fa piacere e anche tuo fratello sarà felice di vederti. – dice mia madre tornando in cucina con un bimbo in braccio e due che la seguono
Ciao, – li saluto e loro ricambiano con la mano – e papà? Sei sicura che a lui vada bene?
Tranquilla zia, quando lo sento vado a dirglielo io così non sviene se ti vede! Lo so che i morti fanno paura, ma tu non sei morta.
Vai a prendere il pane con la zia, Elisabetta? – chiede mia madre guardandomi.
Ritorniamo fuori, per quelle vie strette, giù di nuovo e poi subito a sinistra. Eccolo il panificio, sempre uguale. Non mi riconoscono, ma Elisabetta racconta a tutto chi sono, mi guardano straniti e mi salutano. Mi rendo conto che questi anni mi devono aver cambiata o forse, per tutti, io ero morta. In fin dei conti avevo rinnegato loro e questa terra.
Ritorniamo a casa, Elisabetta mi stav raccontando di quello che combinano i suoi fratelli, aprendo la porta sentiole voci di due uomini, mi affaccio alla porta della cucina piano, la piccola è davanti a me, corre in braccio al nonno urlando festosa:
Nonno, nonno guarda, la zia è viva. Guarda che bella che è!
I suoi occhi incrociarono i miei, erano più stanchi di dieci anni fa e meno arrabbiati. Non parla, mi viene incontro e mi abbraccia.

mercoledì 22 marzo 2017

ormoni primaverili


Mi sto pettinando davanti allo specchio nel vano tentativo di avere i capelli vagamente in ordine per la cena di primavera a “Rive Rosse”, quando mio marito entra in bagno completamente nudo. Anni e anni di film romantici e di libri erotici mi fanno sprigionare tutti gli ormoni dispersi per il corpo. Mi appresso a lui, che nel frattempo si è avvicinato al water dandomi la schiena, avvicino la mia mano destra alla sua natica accarezzando dolcemente quel muscolo ancora tonico , mentre con l’altro lo abbraccio e ringrazio il cielo che i primi caldi lo risveglino così.
Lui, con fare molto gentile, mi sposta la mano dalla natica: - Scusa!- dice dolcemente mentre penso a chissà quale sia la posizione che vuole prendere e invece... si siede sul water e mi dice: - mi scappa!-
Un po’ schifata tolgo le mie braccia dal suo corpo e mi volto prima di soppiantare l’immagine erotica con una fecale.
Finita la depurazione corporale che inquina l’ambiente circostante, se ne ritorna in camera mentre io finisco di rendere accettabile la chioma.
Ho ancora gli ormoni scossi da quella fantomatica provocazione, o meglio da quella che io credevo essere una provocazione e decido, da buona femminista, di riprovarci, in fin dei conti non è scritto da nessuna parte che debba essere sempre l’uomo a fare la prima mossa. Me lo immagino già, io arrivo con passo seducente e occhio erotico. Lui mi guarda e mi lancia sul letto:- Sveltina!- mi intima e via come Mr Grey.
Con tutti questi pensieri esco dal bagno, tiro dentro la pancia, risvegliando tutti i muscoli dopo anni di torpore, per fortuna gli addominali femminili capiscono la loro importanza in questi momenti e se riesci a non respirare per qualche secondo è fatta: pancia piatta e seno prominente.
Così, con un fisico alla Pamela Anderson, almeno io me lo immagino così, entro in camera, spingendo con forza la porta. Mi appoggio alla cassettiera con le dita della mano sinistra mentre metto la destra sul fianco. Posa da femme fatale. Non può che crollare di fronte a cotanta visione.
Ed effettivamente per i primi 20 secondi i suoi occhi puntano l’effetto push up e assumono il tipico connotato da accalappiatore sottolineato da un – mm- che fa esplodere in me punte di autostima altissime, neanche pretty woman si sentiva così quando Richard Gere la va a prendere all’appartamento.
- È tardi, dobbiamo andare!- continua ritornando a guardare le maglie nel cassetto.
Il mio fantastico castello….crolla inesorabilmente al suolo e mi ricordo che non respiro più da troppi secondi, la ciccia addominale recupera il suo spazio, i muscoli tornano in letargo, le tette si riafflosciano, le spalle si curvano e così Pamela Anderson diventa Pierino. Anche i capelli si riscompigliano. Scendo le scale notando come i miei ormoni stiano rotolando giù più veloci di me, sono ritornati alla modalità off.

Cena veneta


Io sono calabrese, vivo in Veneto da 15 anni ma ricordo come se fosse ieri il mio primo pranzo a casa dei genitori di amici:
‘Ti passo a prendere a meno dieci a mezzogiorno!’ mi disse la mia amica Clara.
‘Ah bello, facciamo colazione prima?’
‘ No...a mezzogiorno i miei ci aspettano per iniziare a mangiare.
A mezzogiorno? Di domenica? Ma questi mangiano all’alba?
Arrivai a casa di Maria e Bruno con lo stomaco pronto per la colazione e mi trovai con un pranzo a base di tipici piatti veneti.
Povera Maria si era impegnata tanto con tanto di antipasti, primi, secondi, contorni e dolce e io le ho fatto tante di quelle facce strane.
Antipasto: poenta, sc’ios e sopressa. Sopressa ok, la conosco. Sc’ios doveva essere un vino, in fin dei conti ero in Veneto quindi il vino sicuramente doveva esserci, ma quando mi arrivò il piatto vidi che era una cosa strana: una crema gialla con vicino un liquido marrone su cui galleggiavano delle cose strane. Oh Dio, qui mangiano vermi. Ho pensato. Ma da buona donna del sud, so che non si può lasciare niente nel piatto, altrimenti il padrone di casa si offende. Cominciai a mangiare con tutta la calma calabrese, cercando di capire cosa stavo ingurgitando, quando mi resi conto che tutti gli altri avevano già finito e stavano aspettando me: ‘Magna cea che te si nessa?’ Mi intimò Maria. Una persona evidentemente acculturata anche se un po’ maleducata mi aveva appena chiamato Nessi come il mostro di Lochness, che strani questi veneti che ti invitano a casa loro e ti offendono. Ma cea poi, che cavolo significa,ah...ho capito questa per offendermi mi storpia pure il nome, da Caterina, Cea come ci sia finito non l’ho capito. Fatto sta che appena ho messo giù la forchetta Maria aveva già levato il piatto e portato in cucina avvisandomi che stavano per arrivare i’ bigoi in salsa’...un sospiro di sollievo: bigoli col pomodoro. Poi ho visto arrivare sti bigoli con un sugo marroncino, Madonna ma qui non c’hanno neanche i pomodori rossi? ‘ Te sentirà che bona!’ mi ha detto Maria mentre mi porgeva il piatto. Il profumo pungeva un po’...forse è passata andata a male? Qui siamo al nord, se in Austria usano la panna acida, qui useranno i pomodori andati a male. Santo cielo dove sono finita?... Invece era buona e la mia amica questa volta me l’ha spiegato che la salsa è con le alici. Che sollievo. Naturalmente io stavo ancora mangiando e gli altri avevano finito da un bel po’. Notai lo sguardo spazientito di Bruno, il padrone di casa: ‘Ae 3 cumixia e partie? No finion pi’
Alle 3 hanno un party? Alle 3? Questi invitano le persone durante il pranzo a far festa? Ma mangiamo i primi con la gente che ci guarda? Sono proprio strani. Con il tempo ho capito che in Veneto si comincia a mezzogiorno e alle tre si è pure digerito.
‘Adess magna do sparasi; che je tant boni’ mi ha detto Bruno mentre stavo cercando di far capire al mio stomaco che doveva velocizzarsi. Ho alzato lo sguardo preoccupata: Madonna, qui si sparano durante il pranzo? Devo essere finita in una famiglia di cacciatori, saranno abituati ad una battuta di caccia per digerire, il tutto prima delle 3 che c’è il parti? Ma allora al parti mangiamo quello che abbiamo cacciato?
Non ci stavo capendo più niente, quando concentrata sul mio piatto cercavo di abbuffarmi e rispondere pure alle loro domande. Stavo infilando l’ultimo boccone nelle fauci quando Bruno mi ha intimato: ‘Varda de tociar puito des’
Madonna mia ma sto Bruno cosa voleva dirmi.
Con il cibo fermo allo stomaco, perché il mio apparato digerente era un attimo in difficoltà, mi avvicinai a Clara preoccupata.
‘Clara, scusa, ma non credo di voler partecipare alla festa, preferirei andare a casa!’
’Festa? Quale festa?Tranquilla, alle 3 per mio papà c’è solo il calcio!’
Sospiro di sollievo, il mio primo pranzo veneto era stato superato. Il primo dei tanti in cui ho potuto apprezzare gusti e sapori di questa terra e che mi hanno conquistata.

mercoledì 15 marzo 2017

Il primo amore

- Mamma, cosa si prova quando si incontra la persona giusta?- arrivò così placida e diretta la domanda di mia figlia e in un attimo mi resi conto che non era più una bambina. Dovevo immaginarmelo a quattordici anni ma per una mamma è sempre una cosa dura. Dopo quei trenta secondi in cui capii tutto ciò, cominciai a pensare a come risponderle mentre lei continuava a fissarmi interrogativa. Poi un lampo rischiarò la mia mente confusa di mamma:
- Avevo un anno più di te ed era il diciotto maggio. Chiusi gli occhi per concentrare tutte le mie attenzioni sulle labbra. Le sentivo vibrare leggermente, in preda ad uno stato di subbuglio che mi partiva dal cuore. Era tutto così strano, così tremendamente bello e strano. Aveva appoggiato dolcemente la sua bocca sulla mia mentre le nostre dita si incrociavano. Sentivo il calore delle sue labbra che mi riempiva dolcemente, sentivo ogni minimo particolare di quella sua parte del corpo. Era esattamente come lo immaginavo, come lo avevo visto in tutti quei telefilm americani. Mi sentivo proprio tre metri sopra il cielo.
- Mamma, ma non stai parlando di papà?-
- No!- le risposi sorridendo, ancora presa da quell’immagine di tanti anni prima.- La storia con papà la conosci e questa è quella che più si avvicina a quello che tu stai vivendo con Gabriele.
Le guance di Melissa si fecero rosse: - Tu come fai a saperlo?- mi chiese.
- Una mamma sa sempre tutto!- risposi facendole l’occhiolino.- Goditi amore questo momento, quando senti le gambe tremare appena lo vedi o quando corri perché ti è arrivato un sms e speri sia suo, e se lo è sorridi con ogni parte di te. È un momento bellissimo ma non sciuparlo, non avere fretta di diventare grande, ok? Ogni parte del tuo corpo vale tantissimo e chi hai davanti non la deve chiedere, se la deve meritare.
- Mamma, da quando fai discorsi così?- Melissa sembrava capire e anche no, effettivamente di solito ero poco profetica e molto diretta.
- Cavolo, sembro proprio la nonna!- ridemmo entrambe. Poi il suo cellulare tintinnò, era arrivato un sms, non serviva che mi dicesse chi fosse il mittente: i suoi occhi si illuminarono e la sua risata divenne un sorriso stupendo, un misto tra l’idilliaco e l’inebetito. Mi guardò, sorrisi e le dissi: -Vai!-
corse in salotto e si rannicchiò sul divano digitando a pazza velocità sulla tastiera touch del cellulare. Rideva da sola, cambiava espressione ad ogni sms in arrivo, trasmetteva attraverso i suoi occhi ogni emozione che le passava dentro. Era così bello vedere in lei quell’amore così sincero, puro e leggero dell’adolescenza, quello che quando finisce ti distrugge e ti forma ma che comunque rimane per sempre fisso e indelebile nella memoria. Continuai a guardarla finché non se ne accorse, sorrisi e tornai ai miei lavori di casa un po’ più felice.

lunedì 5 settembre 2016

amicizia

Prese in mano il telefono, lo sbloccò, schiacciò lo schermo sull'icona di whatsapp e si ritrovò tutte le chat davanti, la prima era quella di Marco, che dolore assurdo, scrollò verso il basso: 'Eccola!' pensò e cominciò a digitare:
E' ricominciato tutto, di nuovo o forse non ha mai smesso. Mi ha preso in giro ancora. Non ce la faccio più, perchè lo fa? Perchè a me? Ho bisogno di te, ti prego aiutami!' schiacciò l'icona di invio, vide le spunte diventare due e poi colorarsi di blu, stava scrivendo: 'Arrivo!'

giovedì 28 aprile 2016

L'anello vibrante

Tanti anni fa, quando ancora non esisteva Whatsapp e anche Facebook era una chimera, una giovane ragazza di nome Scintilla stava per compiere gli anni e le sue amiche sapevano cosa regalarle, da pochi giorni infatti una famosa azienda aveva messo in vendita un anello un po' particolare che non veniva infilato alle dita e che la giovane bramava nella speranza di rendere maggiormente vivace l'attività ludico-motoria che faceva con il suo fidanzato di allora. Le amiche Verdiana e Safiria erano sicure ma un po' timide quindi decisero di agire insieme. Un pomeriggio andarono nell'ipermercato più vicino perché Verdiana aveva visto, in un attacco di shopping ossessivo compulsivo, l'anello in vendita. Dopo aver preso l'oggetto il problema era passare la cassa e soprattutto la cassiera ma Verdiana, molto esperta, disse: - Andiamo da quella lì in fondo, l'ho già vista, è sud americana e sembra molto aperta di vedute. Dopo aver appoggiato l'oggetto in cassa entrambe capirono che la donne forse non era così aperta di vedute (che poi, dopo anni Safiria si chiede ancora come si possa capire che una cassiera è aperta di vedute: forse da come passa gli oggetti sopra il lettore? Da come indossa il cartellino di riconoscimento? Bah): due occhi sgranati, la bocca che per poco non si spalancava e un cartello in fronte con scritto: 'siete lesbiche e vi piace divertirvi, brutte cattive!? ( Beh forse brutte e cattive non erano i termini della sua mente ma facciamo finta che lo fossero). Le due ragazze col viso color pomodoro molto maturo, pronto da far passata, pagarono nell'imbarazzo generale e scapparono non avvicinandosi più alla cassiera negli anni a venire. Il regalo venne molto apprezzato: Scintilla era pronta ad accendere il fuoco e questo doveva accadere qualche giorno più tardi, alla prima occasione utile e così fu, salvo che non tutte le ciambelle riescono con il buco così come non tutti gli anelli sono vibranti... Nel bel mezzo del divertimento, pronti per utilizzare l'anello, all'accensione fa cilecca, riprovano, niente. Lui, l'uomo della situazione, doveva risolvere la cosa e così mentre Scintilla stava per prendere fuoco, il maschio alfa ha preso l'estintore, o meglio il cacciavite e si è messo a smontare l'oggetto nel tentativo e nella convinzione (sbagliata) di poterlo risolvere. Dopo numerosi tentativi, la rinuncia totale e definitiva all'oggettino. Ed è così che finisce la storia dell'anello vibrante che non ha mai vibrato.

sabato 23 aprile 2016

Più che amici

Era suonato il campanello, Marta sperava che sua madre non entrasse a chiamarla, non voleva ancora vedere nessuno. Lì sola nel suo letto stava bene, o meglio riusciva a sopportare ciò che le era accaduto.
La porta della sua camera si aprì, Marta sbuffò ma non si girò per guardare chi era anzi continuò a tenere gli occhi chiusi nella speranza che sua madre capisse e se ne tornasse in cucina a intrattenere da sola gli ospiti. Invece si sedette, una mano le sfiorò il braccio e si fermò sopra la sua: non era sua madre pensava: se faccio finta di dormire se ne andrà. - Potrei cominciare con un te lo avevo detto, ma sai che non ti farei pesare nulla!- riconobbe quella voce e dopo giorni le si impresse un piccolo sorriso sulle labbra. Quella mano le strinse la sua e tanti ricordi le tornarono alla memoria, erano passati più di dieci anni ma non poteva dimenticare la sua quarta liceo.

Quando il preside l'aveva fatta chiamare in ufficio durante l'ora di matematica, si era chiesta cosa volesse, di certo non si era preoccupata, era una studentessa modello, di quelle che non rompono mai le scatole, che non rispondono male agli insegnanti e che danno sempre il massimo. Proprio elencando le sue innumerevoli doti scolastiche, il Preside aveva iniziato un discorso che Marta non capiva a cosa portasse, ma sembrava proprio una captatio benevolentia anche un po' troppo lusinghiera e questo la preoccupava parecchio. Quando il prof. Marchese era arrivato al dunque, aveva capito che aveva tutte le ragioni per essere preoccupata: Le stava chiedendo di affiancare Giacomo a scuola, diventando la sua compagna di banco e possibilmente anche a casa, facendo con lui i compiti e studiando. Prima di lasciarla parlare, il preside aveva continuato dicendo: - Ne ho già parlato con gli insegnanti e con i suoi genitori, ci sembra una buona possibilità, tu sicuramente ne hai le capacità e magari lui a te dà ascolto!- Peccato non ascolti nessuno pensò Marta. - Se non ascolta né voi insegnanti, né i suoi genitori, dubito ascolti me!- aveva risposto la ragazza terrorizzata all'idea ma il preside aveva insistito e lei aveva deciso di giocare la carta mamma e papà contrari:- Non so se i miei genitori accetteranno, ci tengono molto che io vada bene a scuola e poi il pomeriggio non sarei più a casa!- Il preside le rispose che ci avrebbe parlato lui, Marta sapeva che quello non era un bene, i suoi alle parole di Marchese non avrebbero detto di no e così fu. Lei era disperata nonostante tutte le sue amiche la invidiassero, Giacomo era il ragazzo più figo della scuola, quello che fumava e bruciava e che stava solo con la gente di un certo tipo, insomma il bello e dannato della situazione. Appena due giorni dopo l'incontro con il preside, fu cambiata di posto, da quel giorno alla fine dell'anno sarebbe stata vicina a Giacomo. La convivenza scolastica iniziò malissimo, lui cominciò subito a torturarla con dispetti continui: quando scriveva le spostava il foglio, le prendeva le matite senza chiedere. Marta portò pazienza i primi due giorni, alle seconda ora del terzo giorno decise di agire: appena lui le spostò il foglio, lei alzò la mano sinistra e la avvicinò al braccio di lui, in maniera leggera prese il primo strato di pelle tra pollice e indice e poi cominciò a stringere con tutta la forza che aveva. Giacomo scattò in piedi urlando ma da quel momento il loro rapporto cambiò completamente e lei cominciò anche ad andare da lui nel pomeriggio. In quelle ore, tra i compiti e lo studio chiacchieravano un sacco, di qualsiasi cosa, lei parlava di mamma e papà che l'adoravano, lui le raccontava quanto i suoi genitori non ci fossero mai ma che gli compravano qualsiasi cosa. A scuola nessuno sapeva quanto si fossero uniti e loro di certo non lo davano a vedere, anche se tutti avevano notato come Marta fosse l'unica che poteva permettersi di dirgli qualcosa, di rispondergli male e di mandarlo a quel paese.
Un pomeriggio mentre studiavano storia Giacomo le aveva preso la mano, a Marta si era gelato il sangue, aveva provato una sensazione strana, lo aveva guardato ma lui aveva continuato a guardare il libro, nessuno dei due aveva detto nulla ma da quel giorno, quando studiavano le due mani si incrociavano.

Giacomo, seduto sul letto vicino a lei, riprese a parlare: - Ti avevo promesso che sarei arrivato appena avessi avuto bisogno!- Marta si ricordava benissimo anche il momento in cui gliel'aveva detto: erano a casa di lei, l'ultima volta insieme prima che lui partisse per l'università a Milano. Lui lo aveva detto che sarebbe tornato appena lei ne avesse avuto bisogno, eh già c'era sempre stato per quanto distante vivesse, lui non la mollava mai.

giovedì 17 marzo 2016

AUTO IN PANNE

Al tramonto l’auto lo abbandonò, tra le nevi di un paese diroccato in mezzo all’aquilano, lui solo tra il freddo e la notte che lentamente usciva dall’Appennino. La prima cosa che fece Franco fu prendere il telefono con la certezza del professionista a cui non si può dir di no: il segnale era assente, si trovava in un paese dimenticato da Dio e dagli uomini. La sicurezza dentro di lui cominciò a incrinarsi, alzando la leva del cofano, voleva provare a sistemarla da solo, ma lui di motori non ne sapeva nulla, lui era abituato a telefonare: con una telefonata sapeva risolvere qualsiasi problema in ogni parte del mondo, ma per il fai da te non aveva mai avuto né tempo né voglia.
“Maledetto viaggio di piacere!” pensò. Mirella aveva insistito tanto, voleva a tutti i costi fare un fine settimana in una SPA, per rilassarsi, diceva lei, e così dopo mesi e mesi Franco aveva accettato, ma lui sarebbe arrivato solo il venerdì in serata, perché prima aveva degli appuntamenti di lavoro.
Lì in quella strada deserta, ai piedi di un paese abbandonato, l’uomo d’affari aveva solo due possibilità: aspettare nell’auto fredda il passaggio di qualcuno oppure incamminarsi alla ricerca di un segno di vita che per ora non vedeva.
Decise di star lì fermo in attesa ma dopo mezz’ora non era cambiato nulla, tranne che la notte si era completamente impossessata della strada, solo la luna, alta in quel cielo freddo illuminava l’intorno. Franco scese dall’auto, prese da sotto il sedile il gilet e ringraziò la moglie che glielo aveva comprato e sistemato in auto, raccolse la ventiquattrore, chiuse l’auto e cominciò a vagare per quell’unica strada di fronte a sé.
La solitudine e il silenzio non facevano parte del suo essere, lui viaggiava tra appuntamenti di lavoro, intervallati da telefonate lunghissime, mail, messaggi: una vita sempre connessa e sempre organizzata nel dettaglio da Silvia, la sua segretaria. Mai un imprevisto, mai un momento di ritardo. Che strana sensazione essere improvvisamente solo con se stesso, cominciò a pensare alla settimana successiva, a tutto ciò che lo aspettava, ma dopo 20 minuti aveva già ripassato il suo planning ed era riuscito a incastrare anche una telefonata alla figlia a Londra e ora su cosa poteva concentrarsi? Dentro di lui sentì una stretta allo stomaco, una sorta di ansia che lo pervadeva: oltre al lavoro cosa aveva? Cosa sapeva di sua figlia Rebecca? Lavorava a Londra, in una galleria d’arte, ma oltre a ciò? Aveva forse un fidanzato? Viveva con qualcuno? Sì, sua moglie sapeva tutto, aveva delegato a lei il compito di badare alla figlia fin dalla nascita, quante cose aveva perso. Lui non c’era mai, era in viaggio di lavoro, a una riunione importante e lì in quella solitudine capiva che non poteva pensare a sua figlia perchè la conosceva meno della sua segretaria. La stretta allo stomaco peggiorò e decise di cambiare pensieri, si concentrò su sua moglie: Mirella, era una parte di lui, fuori dall’ufficio era lei a far sì che tutto fosse sempre perfetto: la casa, le uscite ufficiali e quelle con gli amici, le cene, gli abiti. Tutto sempre egregiamente pronto. Ma neanche di lei sapeva molto, cosa faceva durante il giorno? In tutte quelle ore in cui era sola? Forse andava in palestra o al bar con le amiche, o rimaneva chiusa in casa? Non si ricordava neanche se avevano una signora per le pulizie o meno eppure senza Mirella non avrebbe mai potuto vivere.
Quella solitudine, quel silenzio gli facevano male, stavano scavando dentro di lui come non era mai accaduto, non aveva mai provato quel senso di angoscia che ora stava vivendo e che lo portava in un limbo di instabilità, quei pensieri lo avevano colpito come un pugile che ha abbassato la guardia, quel destro l’aveva preso in pieno e lo aveva messo K.O.
«Ehi! Hai bisogno di un passaggio, vecchio?» Quella voce giovane lo fece sobbalzare, non si era accorto dell’auto che era sopraggiunta, non riusciva a rispondere.
«Va tutto bene?» Continuò il ragazzo, un po’ preoccupato da quell’uomo ben vestito, che sembrava totalmente stranito «Ti serve un passaggio?»
«Sì, scusa, la mia macchina è in panne!» Franco salì nel posto del passeggero, spiegò dove doveva andare, il ragazzo lo rassicurò e gli diede il numero di un meccanico; finalmente si rilassò. Non vedeva l’ora di abbracciare sua moglie e di sentire sua figlia, aveva bisogno di loro, delle loro voci, delle loro storie, della loro e della sua vita. Pensò che forse stava solo diventando vecchio o che forse era colpa del luogo ma che qualsiasi fosse stata la motivazione ora si sentiva felice, sapeva cosa fare e come farlo.

venerdì 11 marzo 2016

Quattro amiche

Erano in quattro come le protagoniste di Sex and the city ma delle newyorkesi avevano proprio poco (nessun party tra personaggi famosi, né rubriche su un giornale o cene di gala, nessun riccone pronto ad andare a Parigi per riprendersele, beh neanche nessun pittore che le portasse nella città più romantica del mondo, al massimo il viaggio se lo organizzavano da sé e costringevano il marito a seguirle, però il blog quello sì, una di loro ce l'aveva), la loro vita si destreggiava tra le incombenze di mamma, moglie e lavoratrice di un qualche tipo, per fortuna che a tenerle aggiornate una dell'altra c'era whatsapp. Quella serata era nata proprio nella chat, erano troppi mesi che non si vedevano e avevano proprio bisogno di sedersi attorno ad un tavolo: da sole a chiacchierare su tutto e tutti, a raccontarsi tutte le novità che la vita stava dando ad ognuna di loro.
Marta sarebbe partita alle 21.30 da casa e le avrebbe recuperate una ad una. Sì quello era l'orario giusto per loro: bimbi a letto, cucina riassettata e pure una sistemata personale davanti allo specchio; solo lo stomaco era un po' contrario a mangiare così tardi, non era più abituato, ma una volta ogni tanto ne valeva la pena. 'Arrivo!' messaggio chiarissimo e nessuna si fece aspettare, avevano anche già deciso dove andare: un pub carino, cibo buono e vario e musica bassa così avrebbero potuto chiacchierare al meglio (ogni tanto ma proprio raramente andavano pure in discoteca fino alle 4 del mattino, ma questo non era il caso). Avevano tutte delle novità da raccontare ma Silvia era tra loro la più estroversa e chiacchierona tanto che cominciò già a parlare in auto: - Ragazze (sì, non lo erano più ma tra loro continuavano a chiamarsi così nella speranza che anche il Tempo lo capisse e tornasse indietro di una decina d'anni) ho un problema gravissimo!- Il suo tono serio preoccupò le altre, Chiara sedutale di fianco nel sedile di dietro la guardò e le disse con il tono della suora pronta ad una confessione, nella sua testa già si palesava una grave malattia, una separazione o un omicidio: - Racconta!-. - Il sesso con mio marito non funziona più!- Elisabetta e Marta dai sedili davanti scoppiarono a ridere, Silvia passava da: 'mio marito è meglio di Rocco Siffredi '(neanche lo avesse provato) a 'è già in andropausa!' - Non ridete, sono seria!- Chiara con un gesto del viso la invitò a continuare cercando di trattenere le risate. - Insomma, ormai già da qualche settimana raggiunge l'orgasmo molto prima di me e poi, bang si addormenta come un coniglio dopo aver inseminato-. - Carina l'idea del coniglio però il maiale ci sarebbe stato meglio!- Disse Marta mentre Elisabetta che in questo argomento era sicuramente la più esperta per il suo passato universitario molto vivace sentenziò: ' Con un dildo o con uno giovane risolvi ogni problema!' Lei era sicuramente la più scaltra e la più diretta! - Eli!!!!- dissero in coro le amiche in una finta riprovazione per le sue idee. - Beh non vorrete mica che rimanga insoddisfatta, almeno così si diverte, se siete troppo perbeniste per il toy boy almeno il dildo, ed evitate di fare le facce da suore che non lo siete!- Tutte e tre cambiarono di colpo l'espressione del volto e si misero a ridere. Marta prese la palla al balzo: 'Beh ragazze, visto che stiamo parlando di questo, mi hanno proposto una di quelle dimostrazioni in cui si parla di benessere della persona in particolare della donna, dove c'è un po' di tutto, anche per...- era un po' imbarazzata a parlarne- insomma per i momenti più intimi! Sì ma da un punto di vista salutistico.- si affrettò a dire. - Beh sicuramente con certi oggetti nel comodino una donna sta sicuramente meglio, rompono anche molto meno di un uomo!- rispose Eli che aveva capito già di cosa stesse parlando. - Scusa, ma cosa vendono? Quei cosi lì?' - chiese Chiara stupita.- Quei cosi lì si chiamano Dildo, a 30 anni suonati chiamali con il loro nome! Ma sì, non hai mai sentito queste dimostrazioni? Vendono anche manette e gel!- Elisabetta si stava divertendo come una pazza nelle descrizioni, le facce delle sue amiche sembravano sempre più interessate. - Ma anche gel ritardanti?- si informò Silvia – Beh, immagino di sì ma non ci sono mai stata ad una loro serata.- rispose Elisabetta un po' contrariata perché non era ben informata. - Se neanche Elisabetta c'è mai stata dobbiamo proprio organizzare!- sentenziò Chiara. - Fatta! Appena arriviamo al parcheggio mando un messaggio alla dimostratrice, così troviamo un giorno che vada bene a tutte.- disse Marta. - E chissà che mi risolva anche i problemi!- sospirò Silvia. Risero tutte e quattro, erano arrivate al pub. - Intanto potresti evitare di spogliarti quando lo fate, tieniti su un bel pigiamone in pile, vedrai che avrà molti più problemi!- disse Marta scendendo dall'auto e prendendo in mano il cellulare. - Tu fai così?- Le chiese Silvia mentre si incamminava verso l'ingresso del locale. - Anche di peggio!- rispose Elisabetta, - adesso vi racconto cosa ho combinato io l'altra notte.- La serata si prospettava frizzante e sicuramente avevano un sacco di argomenti di cui parlare.

giovedì 10 marzo 2016

il mio voto

Quella notte non ero riuscita a dormire bene, ero troppo agitata per riposare. La mattina appena avevo sentito il gallo cantare mi ero alzata, avevo aperto le imposte, il sole stava appena nascendo, era ancora presto ma ero troppo nervosa. Sono andata a prendere l'acqua e ne ho messa sul tinello, ho indossato il vestito della festa, quello delle grandi occasioni, le scarpe migliori, mi sono seduta al tavolino per lavarmi la faccia e pettinarmi. Quando sono scesa mio padre, mia madre e mio fratello erano già seduti a fare colazione, i loro sguardi al mio ingresso erano sconvolti: - Perché ti sei vestita così?- Ha chiesto mio padre con il suo tono duro. - Oggi è un grande giorno per il mondo!- Ho risposto e mio fratello si è messo a ridere: - Guarda che negli altri paesi le donne votano già!- Non poteva capire la mia gioia, ho lasciato stare, mi sono messa a mangiare un po' di pane e poi è arrivato Gianni, già non potevo andare da sola, non sarebbe stato bello a vedersi.
Finalmente ero di nuovo sola: io, un foglio di carta e una penna per scrivere. La mia mano tremava, non riuscivo a tener fermo il pennino, il mio stomaco si era occluso e piano piano una lacrima mi è arrivata agli occhi. L'emozione era così grande che non riuscii a non piangere, per la prima volta nella mia vita, ciò che pensavo contava qualcosa, sarebbe servito per delle decisioni importanti. Prima di uscire mi sono asciugata gli occhi, non stava bene piangere in pubblico. Appena fuori, Gianni era già lì che mi aspettava: 'Quanto ci hai messo!' mi ha detto. Gli ho risposto che era una scelta importante, non potevo non pensarci. Lui si è messo a ridere: 'Non sapevi già cosa votare?' 'Non ho mai votato e volevo pensarci ed essere sicura di mettere i segni al posto giusto – stava per ridere come se fossi una scema, mi fermai davanti a lui e lo guardai dritto negli occhi – tu sei sicuro di aver fatto giusto? Neanche tu hai mai votato! -Ho fatto come mi ha detto mio padre! - Non riuscivo a crederci, anche per lui era la prima volta dopo anni di fascismo e lui faceva ciò che diceva suo padre, non aveva un pensiero suo, glielo dissi, lui cominciò a borbottare qualcosa contro le donne e su cosa stava creando questa nuova forma di libertà. Salimmo in auto e non dicemmo più nulla. A casa mia entrò, avrebbe mangiato lì. A tavola Gianni, mio padre e mio fratello cominciarono a parlare delle votazioni, della politica, della guerra ma nessuno di loro nominò il voto alle donne. Sapevo che mio padre era contrario e sapevo che mia mamma era troppo in soggezione per andare a votare visto che lui non lo voleva o forse neanche lei era d'accordo: nel suo ruolo di donna di casa, capiva le preoccupazioni di un uomo ormai vecchio, per mio padre quello era solo l'inizio della fine. Mangiammo nel silenzio di noi donne, sentivo il disagio attorno a me, a quello che avevo fatto e che papà non voleva, poi verso la fine mia madre si alzò, tornò a tavola con il dolce delle feste, quello troppo costoso per una giornata tradizionale come quella. Me lo mise davanti, mi guardò negli occhi e disse: 'Oggi è un grande giorno per noi!'

martedì 8 marzo 2016

SUPERMAMMA

UUUUUAAAAAAAA tutto comincia così o…tutto cambia così o forse no, cambia un po’ dopo, quando tuo marito se ne va a festeggiare con gli amici e l’infermiera ti porta una culla con dentro un esserino piccolo, piccolo e diciamolo…un po’ bruttino. Dal momento in cui lo prendi in braccio è finita: sei cambiata! Non c’è nulla da fare, non l’hanno ancora studiato ma sono convinta che in quel preciso momento cambi la genetica della donna, si trasforma, diventa M A M - M A. Possono dirti quello che vogliono: la società è cambiata, mamma e papà sono genitori a pari livello, dovremmo chiamarli genitore 1 e 2. COL CAVOLO! E’ la tua coccola che vuole quell’esserino, è il tuo seno che cerca in maniera naturale e poi…sarai tu che ti sveglierai di notte sentendo ogni minimo cambio di posizione, ogni colpetto di tosse, ogni vagito mentre il papà continuerà beatamente a ronfare e la mattina dopo vedendo due occhiaie che fanno invidia a Lerch, ti chiederà: Non stai bene? Tu spiegherai che il bimbo tossiva, piangeva e lui ti dirà: ‘Potevi chiamarmi,no?’ ‘Scemo, io ti ho chiamato, ti ho tirato per un braccio, ma tu hai solo cambiato la sinfonia del quieto russare.’
E’ così che va, diventi mamma ed ingrani definitivamente la marcia del multitasking, già prima avevi il sentore di essere più avanti di un uomo, ma ora ne hai la certezza: finito il lavoro fuori casa comincia quello in casa: baby sitter, animatrice per bambini, cuoca, collaboratrice domestica, infermiera di pronto soccorso (eh sì, ora gli infortuni sono sempre in agguato e anche ogni tipo di virus), psicologa ( dovrai capire come reagire ad ogni pianto: dal mamma fammi una coccola, al mamma mi sono fatto male, al mamma ti sto fregando, mamma l’ho combinata ma se piango sono salvo), impiegata di tutta la famiglia e dei nonni, porta borse di te stessa e di tuo marito; parrucchiera, estetista, veggente perché non sempre capire i disegni dei bimbi è semplice e quando ti chiede cosa ho disegnato, devi avere la risposta pronta; O quando devi preparare il pranzo e i tuoi figli almeno una volta alla settimana cambiano completamente le loro preferenze; personal stopper: se hai una femmina questo è il lavoro più difficile:’ Io i pantaloni neri non li voglio, sono da maschio; voglio le scarpe di Frozen; Rebecca ha la maglia di Violetta; le maglie con i brillantini sono le più belle; posso comprare questo vestitino? Posso le scarpe con il tacco; gli stivali sono più belli’; di conseguenza a ciò diventi esperta di yoga, già perché molte volte inizierai una respirazione tantrica per non avere un attacco isterico in luogo pubblico.

Quante emozioni ti fa provare quella piccola cosina che ti è cresciuta dentro, quante energie ti fa trovare in fondo al tuo corpo e alla tua mente. Addio lunghe dormite, addio momenti di noia, ora tutto vive in una corsa frenetica per arrivare a sera, per far quadrare tutti gli impegni senza dimenticarsi qualcuno a scuola o lasciare qualcun altro senza cena. Quante volte molleresti tutto? Tantissime ma non lo fai per un momento unico, un’emozione che non ha paragone quando ti dice: Mamma, sei la migliore mamma del mondo!  

lunedì 7 marzo 2016

Tetta

Ciao, mi chiamo Tetta,sì,sono proprio quella che stai guardando, quella che si mette in mostra con una scollatura che viene detta 'audace' per non usare brutte parole,parole volgari,dicono. Sono quella che ogni ragazzina spera le cresca almeno fino ad una terza piena,possibilmente accompagnata da una taglia 42 di fianche e da una pancia piatta,così mi notano di più. Sono quella che dopo una certa età comincia a cedere sotto il peso degli anni passati a non fare sport e degli ormoni che traballano in tutto il corpo; in quel momento vorresti tanto che fossi stata più piccola perché così la caduta di sarebbe notata di meno. Sono quella che viene tirata sù da un reggiseno con ferretto e push up o, per chi può, da un'operazione che mi spara fino al collo in un'improbabile posizione orizzontale e mi fa semeraro una pallina,che quando vedo un cane ho quasi paura che cominci a giocare con me. Sono quella che vedi un po' ovunque sui cartelloni pubblici ai e alla tv. E ti piace guardarmi,non ti fai grossi problemi ma sono anche quella che qualche volta scorgi in un angolo, in bocca ad un cuccioloetto d'uomo appena nato, sono quella che lì ti fa diventare rosso in volto,ti fa distogliere lo sguardo, come se quel gesto di amore materno fosse vergognoso, mostrasse un qualcosa di proibito eppure sono il nutrimento di ognuno di voi, sono la coccola della mamma al bambino. IO rendo donne le donne, IO faccio diventare ragazzine le bambine, madri le donne, IO sono sempre lì ad accompagnarla in un viaggio chiamato vita.

domenica 6 settembre 2015

Domenica d'autunno

Il divano, la coperta in pile da appoggiare sopra le ginocchia, la partita in televisione e fuori dalla finestra il sole appisolato e le foglie ingiallite che alla prima folata di vento cadono. Sembra di vivere in un romanzo rosa, una sorta di natura morta autunnale. Stava pensando Christian mentre si avvicinava al divano <<Amore!>> l’idilliaca pace artistica era già terminata prima di cominciare e dal tono aspro, che poco si associava ad una parola così dolce, sapeva che da lì a breve ci sarebbe stata una tempesta di dimensioni spaventose: che fosse colpa dei calzini sporchi vicino al letto o il preaanuncio di improbabili lavori che solo una mente femminile potrebbe pensare?


La nuvola che copre il sole

Il sole si è nascosto dietro una nuvola, i tuoni avanzano e Matilde, ferma alla finestra, rivede la sua vita in quello squarcio di cielo. La sua felicità è nascosta dietro una nuvola chiamata matrimonio, eppure aveva sempre pensato che quell’uomo sarebbe stato il sole dei suoi giorni bui ed invece è stato il suo temporale, un vero e proprio tifone di cui ancora non vedeva la fine: eccola la pioggia scendere sulle sue guance, come ogni giorno negli ultimi tre anni. Matilde sa che basterebbe avere il coraggio di andare verso la luce e verso il calore e invece inesorabile accetta le lacrime e le nuvole scure attorno a sé.

La valigia

“Amore ma dobbiamo proprio andare via solo con il bagaglio a mano?”
“Silvia, stiamo via 5 giorni, al caldo, quante cose vuoi che ti servano?” La telefonata era cominciata così. Silvia non sapeva cosa rispondere, il suo fidanzato non capiva il suo strazio.
“Dai Silvia, dimmi cosa hai messo e ti dico cosa togliere!”
“Ok” rispose lei per niente convinta “Ma vedrai che è tutto necessario: allora 6 canotta e 6 magliette…”
“Ti bastano le canotte.” la interruppe lui.
“Ma…”
“Niente ma, anzi ti dico io cosa mettere: 5 canotte, una giacca maniche corte, 3 short, 2 gonne inguinali, così sono più felice, una giacca e un paio di leggins lunghi, ma solo perché tu sia tranquilla e ricorda i costumi”
“Ma, amore, è pochissimo e se ci capita una serata elegante?”
“Non ci capiterà, non servono neanche i tacchi!”
“Maaaa!”
“Basta ma, chiudi la valigia e pensa che ci divertiremo un sacco, a domani amore, notte.”
“Notte” rispose Silvia un po’ triste, mise dentro la valigia quello che le aveva detto lui, ma al tacco proprio non riuscì a rinunciare.


Sorriso

Un pomeriggio di lavoro alle spalle, quattro ore a spiegare numeri positivi e negativi senza soluzione di continuità, un’infinità di numeri che per i ragazzi non avevano nessun senso.
Sono le 18 e sono letteralmente distrutta, la cena è ancora da preparare, anzi da pensare e solo l’idea mi fa venire il voltastomaco. Apro la porta a vetri della casa dei miei suoceri con uno dei musi lunghi che tanto mi contraddistingue: “Maaaamma” di fronte a me si aprono due sorrisi contagiosi e vengo investita da un mare di abbracci, mi accuccio per essere sommersa dai baci e improvvisamente il muso lungo scompare e si apre un sorriso.


L'allucinazione

La sigla di Magnum P.I. stava finendo, mentre stava rientrando in casa. “Ciao, ma’!” breve e deciso. È difficile non dare cattive impressioni alla propria madre quando si torna alle 10 di mattina, ancor più difficile è dissimulare l’acido lisergico che circola ancora in corpo. “Che cazzo è quello??? Oddio, l’ho pensato e l’ho detto ad alta voce?”

“Sì, l’hai detto!” Rispose la madre con tono convinto.
“No, ehm, non volevo dirlo” Marco non sapeva come tirarsi fuori da quella situazione è la sua voce incespicava – S-so che non c’è niente.”
“Hai preso ancora quelle pasticche? Eh?”
Con voce quasi offesa “Ma no, mamma, che cavolo dici, ho detto che non vedo nulla!”
Sì, aveva usato il tono giusto, sua madre doveva credergli.
“Strano che tu non veda una cosa che c’è proprio davanti ai tuoi occhi e che fino a un minuto fa vedevi”.
Quindi Marco non aveva avuto nessuna allucinazione dovuta agli acidi e perciò la situazione era ancora
peggiore, sarebbe stato meglio se fosse stata colpa della droga assunta qualche ora prima “Quindi, lì vicino a te c’è veramente un manichino?”
“Non è un manichino” Precisò la mamma “È un modello gonfiabile, io ho deciso che lo chiamerò bambolo!”
“Co- cosa?” La voce di Marco era tremante “È l’ultima novità! Hai presente che voi maschietti potete
avere le bambole gonfiabili? Io mi sono presa un, un… Maschio surrogato! Ecco sì, la parola giusta, così tu sei felice che uso qualche parola importante!”
Gli occhi e la bocca del ragazzo erano spalancati, non sentiva più la stanchezza, né gli effetti della super nottata appena trascorsa. La madre vedendolo con quell’espressione trasognata, cominciò a brontolare “Marco! Dovresti cominciare a farti qualche canna, quelle pasticche ti stanno bruciando il cervello!”
Marco cominciò a riflettere: quella non poteva essere sua madre, è vero che il tradimento del padre e la successiva separazione l’avevano provata e neanche lui con le sue festicciole particolari la stavano aiutando a tirarsi fuori da un periodo tremendo ma non poteva essere vero, sua madre che parlava di canne e di bambolotti gonfiabili, doveva essere l’effetto delle pasticche o del sonno, decise allora di darsi un pizzicotto, in televisione funzionava sempre. “Ahi!” urlò.
La madre finalmente si girò verso di lui e lo guardò dritto in faccia “Che cosa hai combinato?”
“Niente, ma’, ora vado a letto” disse avvicinandosi alle scale “Ma prima mi spieghi perché ti sei comprata quel coso?” Alla fine la curiosità aveva prevalso sullo stupore e ora voleva capire.
La madre si mise ridere “Non credevo di doverti spiegare la storia dell’ape e del fiore a 21 anni, speravo fossi un po’ più sveglio, non hai preso i geni di tuo padre… beh, meglio così!”
“Che schifo!” rispose Marco senza pensarci troppo.
“Che schifo, cosa?” cominciò la madre decisa a spiegare bene cosa l’avesse spinta a tale acquisto “Questo non brontola, non lascia in giro calzini sporchi e non mi occupa la TV con il calcio, poi hai visto che l’ho preso che assomiglia a Tom Selleck! È l’uomo ideale” sospirò la madre alzandosi dal divano, indicando prima il pupazzo e poi la televisione.
La mamma si avvicinò a Marco, gli prese il volto tra le mani e cominciò a girarlo a destra e a sinistra. Marco scocciato le tolse le mani dalla faccia “Ma che fai?”
La madre lo prese un braccio e lo trascinò di fronte allo specchio che c’era vicino al divano “Ai miei tempi fumavamo una canna in compagnia, era un modo per socializzare, un’aspirata ciascuno è via si passava a quello dopo, così conoscevamo nuove persone e soprattutto” continuò indicando gli occhi del figlio sullo specchio “A 21 anni non avevamo già le rughe, guarda hai le zampe di gallina vicino agli occhi!”
“Basta mamma, cos’hai oggi?” cominciò ad urlare Marco “Prima mi trovo quel coso sul divano, poi mi parli di canne, basta, io vado a letto e quando torno spero che tutto sia tornato normale!”
La madre sorrise, si stava divertendo un sacco, il ragazzo salì le scale e si fiondò in bagno, aveva bisogno di una doccia per schiarirsi le idee, appena uscito pensò di tornare in salotto per controllare, forse era stata tutta una lunghissima allucinazione, ma alla fine, per paura che fosse tutto vero, se ne andò a letto, si sdraiò e decise in quel preciso istante che avrebbe smesso con gli acidi e forse pure con l’alcool. Non poteva aver avuto quel dialogo con sua madre.