giovedì 31 maggio 2018

La fine di un’era

Martedì si è conclusa per me e Michele una grande avventura, lunga quasi un ventennio. Direi oltretutto un’avventura fondamentale per la nostra coppia perché prima ci ha fatti incontrare, poi ci ha diviso e infine ci ha riunito.
Vi chiederete di cosa stia parlando, è un’esperienza di vita e si chiama animazione!  L’altra sera con una pizza abbiamo salutato il nostro ultimo gruppo, quello che ci ha accompagnati in questi anni e che ci ha fatto diventare adulti mentre vedevamo loro diventare maggiorenni.
Fare animazione è un po’ una rogna, che siano bambini di 5 anni ai centri estivi o ragazzi di 19 ai giovanissimi parrocchiali, mica è facile sapere cosa fargli fare, interessarli, mantenere l’attenzione, rapportarsi con i genitori. È un’attività che stimola la fantasia, che diverte talvolta da sui nervi ma soprattutto e un’attività che va fatta da animatori che si completano. Per noi era così: io la mente ( attività, rapporto con i genitori) Michele il braccio ( rapporto con i ragazzi)... ognuno ha le sue particolarità.
Però non si è soli in questa attività, in questi anni abbiamo incontrato e lavorato con animatori super che poi sono diventati anche ottimo amici, con i quali abbiamo condiviso soprattutto i campi scuola e vi assicuro che dopo questi si diventa decisamente intimi: quando i nervi crollano, quando capisci che il campo è più difficile di quello che pensavi, quando sai che davanti ai ragazzi non puoi cedere, quando per i cazzi  tuoi ti manca il sorriso ma lo devi avere, beh in tutti questi casi, i colleghi sono un aiuto fondamentale e quindi grazie,, soprattutto a Emma e Matteo.
Grazie a tutti quei ragazzi incontrati in questi anni, a quelli che mi salutano e io li guardo chiedendomi chi sono perché li ricordavo bambini e ora sono uomini, a quelli che si sono sposati e mi fanno sentire vecchia, a quelli che abbiamo aiutato con la scuola, a quelli che ci hanno raccontato i primi amori e a quelli che non raccontano nulla, grazie a quelli che mi hanno risolto i problemi di geometria e a quelli che sono stati minacciati durante i campi... ma un grazie enorme va a tutti quei genitori che si sono fidati e affidati, ci avete dato il vostro bene più prezioso e ve ne siamo grati, avete creduto in noi e avete lasciato che i ragazzi provassero esperienze enormi per loro e per noi, però siamo stati bravi ve li abbiamo sempre riportati interi anche se ammetto che talvolta di dubbi ne avevamo anche noi. Ora spero solo che questo ultimo gruppo, un grande gruppo possa essere la nostra continuazione, che almeno alcuni di loro abbiano voglia di buttarsi in questa fantastica avventura e chissà ormai ci scambieremo i ruoli e diventeremo noi i genitori dei loro animati.

sabato 26 maggio 2018

I primi 3 mesi

Se mi avessero detto che questa volta avrei avuto una botta di nausee, forse ci avrei pensato un po’ di più! È andata così: 1ª figlia: manco mi ero accorta di essere incinta; 2ª figlia: qualcosina ma poco e non subito; 3ª gravidanza: nausee ancor prima di fare il test, il mio corpo già parlava quindi o ero incinta o avevo qualcosa di molto grave oppure una gravidanza isterica, che poi in quei giorni, mentre aspettavo di fare il test ( perché, almeno per credenza mia, bisogna aspettare un po’ dopo il ritardo delle mestruazioni) mi chiedevo: ma se non sono incinta e magari è una gravidanza isterica? Allora forse sono proprio fuori completa, cioè da ospedale psichiatrico.
Chiaramente il test era positivo così ho continuato a ‘nauseare’ tranquillamente con la mia faccia da cadavere mentre il mondo ( sì, ok solo
Chi mi ha vista in quelle settimane) si chiedeva che brutta vita stessi facendo data la mia tristezza continua e quel pallore da malata...in realtà era l’esatto contrario, uno dei momenti più felici ma quando devi trattenere il conato, la concentrazione è massima, non puoi mica distrarti e anche un sorriso può essere famelico, cavolo. Sorridi e blblbl...non puoi vomitare addosso alle persone. Nonostante l’attenzione, devo dire che a casa è successo, le facce di Michele e le bimbe erano schifate sopra ogni cosa. Una perfetta scena familiare. O meglio ancora io che corro in bagno, Madda che corre dalla parte opposta con conato da conato e Adele che urla verso il piano di sopra: ‘ papà la mamma sta vomitando’. Ecco questa è stata la mattina della partenza per Milano meglio di così si muore.
Questo continuo malessere ha fatto sì che tra la 7ª e 8ª settimana tutti lo sapessero, anche perché appena detto alle sorelle maggiori, la notizia si è diffusa come un fiume in esondazione e pensare che avevamo detto:
‘ non ditelo subito perché è ancora presto ed è meglio aspettare.’
Per Adele quell’aspettare intendeva dire: arrivo a scuola e quando la maestra dice di raccontare un evento nel pensierino io lo scrivo ma poi dico che è un segreto ( anche il
Parto della gatta è passato in secondo piano). Non che Maddalena abbia aspettato di più, se pensate che il primo messaggio di congratulazioni mi è arrivato da una mamma di una sua compagna di classe ancor prima che fosse tornata da scuola.
Almeno così ho spiegato a tutti la mia cera da ‘venerdì 13’  e quindi mi sono presa baci e abbracci da tutti ma la cosa più bella è stato vedere alcuni occhi emozionarsi.
Ai 3 mesi senza dirlo non sarei comunque potuta arrivare visto che mi chiedono ‘quanto ti manca?’, non è colpa mia se ci sono donne che arrivano al settimo mese senza che si veda e io ho una pancia e delle tette che sembra che debba partorire domani...è vero che la base di partenza era gia ben visibile sia sotto che sopra e quindi va solo in aggiunta ma almeno ora posso mostrarla senza dover trattenere il respiro e ripromettendomi di fare almeno un po’ di addominali, mangiare meno pane ecc, tutte promesse che duravano una settimana, noooo, molto meno!
Dopo i baci e gli abbracci, il momento migliore è la fatidica domanda: maaaa voluto o capitato? Ecco, una mi è già capitata, poi abbiamo imparato, quindi decisamente voluto. Cercato? Non molto perché è arrivato subito, motivo per cui non abbiamo neanche messo un cartello o un post su Facebook con scritto’ stiamo provando ad avere un altro bimbo’, sarebbe stato veramente fico.
Domanda a cui segue costante una preghiera: chissà che sia maschio, ma lo sapete? Ve lo fate dire? ( giuro che questa sequenza è costante). No, non lo sappiamo perché all’ecografia non ce l’hanno detto, ma ce lo faremo dire, poi lo capirete da voi, se vedete Michele ubriaco una settimana a fine luglio significa che è maschio, ma forse si ubriacherà anche se sarà femmina cercando di dimenticare la netta minoranza in cui si troverà. Aspetteremo tutti luglio, intanto i primi 3 sono andati, ora è tempo di darsi a shopping premaman sfrenato!!!

domenica 21 gennaio 2018

Vita da Bomber - Il prologo



Diego, questo il nome del Bomber, è uno di quei bambini che ogni mamma strozzerebbe: non dorme, non mangia ma piuttosto sputa, piange, strilla e si dimena come un ossesso, doti che poi gli saranno utili in fase amatoria. La sua infanzia si condisce di un fratello maggiore, molto maggiore e grosso che lo usa come sfidante a wrestling. Il Bomber immagazzina ogni cosa e riutilizza il tutto in età adulta: mosse e pose comprese affinché la sua donna lo possa identificare come l’Amatore.
Un piccolo bomber si riconosce subito; fin dalla scuola dell’infanzia mostra la sua aria ribelle, quella che fa vacillare anche la più ferrea bambinetta antimaschio e così ogni scusa è buona per far impazzire le maestre, per scappare, nascondersi e non farsi trovare.
Ma è in adolescenza che nasce il mito di Diego, quando il suo nome diventa localmente riconosciuto.
Il Bomber ha una sola passione: i motori e un unico idolo Valentino Rossi e l’idea di emularlo, così comincia la vita sulle due ruote.
Lo scooter non viene fermato da niente e da nessuno, l’importante è correre sempre e tanto e se non hai Malossi non sei nessuno.
Al compimento dei 14 anni iniziano le prime scorribande ma correre e basta con una marmitta che ti porta ai 90 è semplicemente banale e sopratutto nota ai più, al bomber serve qualcosa che faccia la differenza. Lui limiti non ne vede e non ne sente e perciò prova: ruota alta, senza mani, poi in piedi sulla sella, tutto va alla grande quindi non si può che andare oltre fino al massimo: in piedi sulla sella in ruota alta. Questo gesto diventa il suo marchio di fabbrica insieme a quello scooter dipinto con i suoi colori motoristici preferiti e la targa antivelox.
Una sera partono in due, su un solo scooter,volto coperto e una bomboletta nella mano del passeggero mentre il guidatore si prepara a correre come un ossesso. È notte inoltrata, le strade semideserte, perfette per la loro missione: ‘libertà dagli sbiri’.
Allora, prima del velox rallenti che mi metto in ginocchio così arrivo giusto all’altezza, poi a tutto gas davanti così cooooooopriamo. Vai fratello!
Sì, fratello tu pronto a sparare.
E così fu, a tutta velocità davanti al velox su quella strada troppo grande e troppo dritta per non provare la ruota alta. Una striscia nera su quella macchina fotografica.
La paura e l’eccitazione si trasformano in adrenalina scorre entusiasta nelle vene.
Questo è il Diego che colpisce Deborah, una ragazzina della stessa età sbocciata come una rosa.
Un amore senza whatsapp e senza facebook ,con un nokia e i messaggi gratuiti solo a Natale e d’estate ed è proprio in questo periodo dell’anno che il Bomber da il meglio di sé, la spalla scoperta lo fa impazzire.
I pomeriggi li passa a casa di lei, con tutto il gruppo di amici: tra il divano e il vialetto dove elaborare i motorini e ogni tanto restano soli e impacciati, un po’ imbarazzati dagli altri ragazzini che fuori urlano e scherzano: – Dagliene Diego!
Uoooooooooooo!
Lui, il Bomber non può tirarsi indietro e Deborah gli piace proprio un sacco e così le labbra piano piano si avvicinano, gli occhi si chiudono più per imbarazzo che per romanticismo. I denti si sfiorano, nessuno dei due sa come si fa ma è una di quelle cose che vengono da sè e poco importa come sarà perché rimarrà comunque impressa e per forza la più emozionante.
Comincia così la loro storia, quei due piccioncini sempre mano nella mano, in scooter assieme in giro per discoteche pomeridiane, bar e case di amici perché l’importante è divertirsi a sbrega.
Mentre la sua vita sociale va a mille quella scolastica comincia ad arrancare, dopo un primo periodo da bravo studente in cui impara e adora la letteratura italiana, l’istituto tecnico comincia a stargli stretto, i professori a dargli sui nervi e il bambino strillante torna a farsi sentire esuberante e strafottente più che mai. In classe ne combina di tutti i colori e i voti si abbassano sempre di più, la prima storia di amore così casta e dolce con Deborah finisce. Il Bomber sta per uscire dal bozzolo, ha diciassette anni ed è pronto per dare il peggio di sé.

martedì 12 dicembre 2017

Vita da Bomber - Introduzione

Bomber si nasce, non si diventa. Il bomber, quello vero, non ha bisogno di presentarsi, madre natura lo dota di tale fascino, talvolta bellezza, e savoir faire, tale per cui una qualsivoglia donzella cade ai suoi piedi senza rendersene conto. Lui, non sempre maschio alfa, può solo accettare questa condizione e comportarsi di conseguenza nella speranza vana che il suo essere tiratore libero non lo renda oltremodo stronzo. Il bomber però può anche decidere di fermarsi o soffermarsi quando colei che ha davanti sa rendersi adeguata al suo oggetto di desiderio.
Caratteristiche principali del vero bomber:
- Eleganza innata nel momento in cui deve cuccare;
- Capacità di far uscire aria da tutte le parti del corpo con varia sonorità quando è in compagnia degli amici, con tanto di gara su persistenza e rumorosità;
- Capacità di fare solo festa molesta o viceversa rinchiudersi in casa per recuperare la festa molesta;
- Conoscenza di tutti i locali nell’arco di 30 km di casa, di tutte le serate a tema, di tutti i luoghi nei quali potersi imbucare sotto copertura, dove trova rigorosamente altri maschi sotto copertura;
- Conoscenza di tutti i modi per ubriacarsi: vino, birra ma soprattutto cocktail, perché il cocktail fa proprio bomber;
- Tendenza a perdere punti della patente o la patente completa a causa della festa molesta (vedi sopra) soprattutto se il soggetto ha chiara origine venetica;
- Tendenza a far finire male le storie seguite da un periodo di festa terribilmente molesta;
- Amici capaci di altrettanta festa molesta, sempre pronti ad arrivare in caso di bisogno, perché i gruppi di bomber non si abbandonano mai;
- Capacità culinarie, perché sì sa, il bomber conquista anche con la cucina;
- Tendenza a esagerare, sempre e comunque perché, per lui, il troppo non stroppia mai;

Il bomber è una specie di droga, prima ti affascina, poi la provi, poi non vuoi smettere, però è lui che se ne va, soprattutto quando si sente oppresso, perché il bomber innamorato, tende a farsi opprimere per poi scoppiare come una bolla di sapone. Ma soprattutto il bomber è un numero imprecisato e imprecisabile di storie tra il serio e il faceto, al limite del credibile e del vivibile...perché lui è sempre al di sopra delle linee e anche dell’immaginazione.

venerdì 10 novembre 2017

Lettera semicomica a OVS per la pubblicità con Bianca Balti

Cara OVS,
come puoi farci una cosa così? A noi, povere donne che vengono a fare shopping nel tentativo di sembrare più magre, più alte, più snelle, con meno pancia, meno rughe, meno cellulite grazie ai tuoi abiti. Come possiamo credere che le cose stiano bene a noi se osserviamo lei nei cartelloni pubblicitari? Quella ragazza starebbe bene anche se avesse un pile rosso a pois viola con dei pantaloni da meccanico macchiati di unto, i capelli sporchi di una settimana e uno 'schitto' che le cola sulla spalla. Capisci?
Una che ha già il culetto perfetto 'push up' non ha bisogno di pantaloni che tirino su. Insomma, dovreste trovare delle modelle più realisticamente bisognose. della serie, beh se è migliorata lei, miglioro anche io. No?
In più dovrebbe essere illegale prendere una persona che ha mantenuto quel fisico nonostante due gravidanze, perché la scusa ' ho partorito' è fondamentale per portare avanti la nostra autostima, altrimenti come facciamo a guardare una e dire: 'aspetta che partorisca, poi vedrai si allarga anche lei?'
Capisci, caro OVS, è tutta questione di psicologia fine.
Ti ringrazio comunque per una cosa, almeno hai una trentatreenne così almeno in qualcosa mi sento simile e posso dire: 'io sono un po' come Bianca Balti'

lunedì 23 ottobre 2017

E sono 9!

La notte scorsa mi sono svegliata sul divano verso l'una e mezza, ho avuto la malsana idea di guardare WhatsApp e farmi venire un coccolone allo stomaco per certe chat e così sono arrivata a letto bella  sveglia verso le 2 e ho pensato a te, 9 anni fa a quell'ora l'ostetrica mi stava invitando a spingere ancora, anche se tu eri già in fase bagnetto, nata da 13 minuti, e al mio 'perché?' Lei mi rispondeva ' per buttare fuori la placenta'. Così mentre il neo papà pensava di aver assistito al miracolo, io capivo bene da dove fossi uscita. Quella notte è cambiato tutto, la ricordo in ogni momento, da quando: ' beh Erika partorirai domani' al 'non puoi partorite qui' (10 minuti dopo) di un'ostetrica in agitazione perché ero in sala monitor; alla telefonata  ai nonni:
' ciao nonno'
' eh!'
'È nata Maddalena'
'Ma doveva essere domani'
Ai messaggi della squadra di basket perché i compagni del papà avevano aspettato svegli quel fatidico 'bip bip' che annunciava la tua nascita. Quella stessa squadra che oggi, con giocatori diversi, tifi come una forsennata, ricordando tutti i nomi ( a differenza di mamma che ha ancora qualche problema) e battendo 5 e pugnetto a tutti.
Una notte che ci ha cambiato completamente la vita rendendola un susseguirsi di emozioni, gioie, paure ed incazzature, sì perché i figli hanno la capacità di parti arrabbiare giornalmente eppure è così bello vederti grande e autonoma, vedere come dimostri le tue preferenze e come si vedano le tue doti e i tuoi difetti. Come mostri le somiglianze con me e con papà e come pian piano si stia formando la tua personalità. Tanti auguri Maddalena continua a crescere perché è la cosa più bella che ci sia.

lunedì 5 giugno 2017

Ritorno a Erto



“Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuole dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra, c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti. Ma non è facile starci tranquilli….”

Dopo aver letto queste parole ho deciso di tornare a casa, non so perché, ero ben decisa a non rivedere mai più questi posti e tanto meno chi ci vive, familiari compresi. Però mi si è mosso qualcosa dentro, le ho lette e la gola mi si è stretta come quando devi buttare fuori qualcosa in maniera talmente forte che vuoi piangere e gridare. Non l’ho fatto, neanche questa volta, ho mandato giù il groppo con un bicchiere d’acqua e sono andata a fare una passeggiata, poi sono tornata e ho preso il biglietto del treno per il fine settimana. Ed eccomi qui, sabato mattina in quell’Erto che avevo abbandonato, a due passi da quella diga maledetta. Ma per me qui tutto è maledetto, i negozi, le case, i prati: ricordi infami mi tornano alla mente, dopo quasi 10 anni non è cambiato nulla, solo la mia vita eppure non ho dimenticato.
Me ne sono andata sbattendo la porta a 19 anni, i miei non volevano che mi iscrivessi a lettere, non volevano che facessi la scrittrice, credevano solo che volessi assomigliare a lui, quell’uomo strano che ha scritto di questi boschi, che vive qui tra noi, che è uno di noi, che va all’osteria e intaglia il legno, che non si fa trovare dai giornalisti. Credevano che volessi essere come lui o come Tina Merlin, qui conoscono solo loro due e pensano che siano dei pazzi.
– Noi non siamo mica matti,– mi diceva mio padre – hai tante di quelle cose da fare qui. Se non vuoi lavorare la terra puoi andare a Longarone, cosa ti serve finire a Padova.
Abbiamo litigato tante, troppe volte, finché ho capito che non sarei arrivata da nessuna parte e così, finita la maturità, ho fatto le valigie. Una mattina sono scesa all’alba, come sempre, ma non ero pronta per portare le vacche al pascolo, avevo i jeans e una canotta.
Dove devi andare?
Me ne vado, la mia vita non è questa!
E dove pensi di andare?
A Padova!
Ancora questa storia? – mio padre era furibondo – Cosa pensi di fare lì? Le poco di buono vanno in città. Ti mangeranno.
Saprò cavarmela, io non voglio fare la vostra fine, voglio un’altra vita.
Sentii la guancia che pulsava e mi ritrovai piegata su me stessa, non avevo neanche sentito la sua mano, solo la sua forza, i suoi calli che graffiavano la pelle delle mie guance e la scalfivano.
Mi toccai dove sentivo il dolore e poi lo guardai in faccia:
Addio!– dissi salendo in camera.
Non durerai più di due giorni!
Mia madre piangeva, guardava e piangeva. Non ha mai fatto altro, mai preso posizione. Mai una parola di conforto, né una contro mio padre.
Uscii da quella porta con la chiara convinzione che non sarei più tornata, né mi sarei più fatta sentire, cosa di cui ero ancora convinta due giorni fa.

Scesa dall’autobus, vi avvio verso casa, su per quelle stradine di sassi, nate per i carri e per le mandrie, non per le auto. L’odore è rimasto uguale, mi fermo: sa di stalla e di prato, di tutte quelle erbe spontanee che coprono i pascoli. Anche i rumori non sono caambiati: le campane delle mucche in lontananza, gli uccelli che fischiettano, le donne che parlano dalle finestre talmente vicine che possono bere il caffè insieme rimanendo ognuna a casa propria. Riparto, c’è solo un rumore che stona e che blocca tutti gli altri, il mio trolley: non è fatto per la montagna, per il ciottolato che contraddistingue quel vicolo; sento gli sguardi da dietro le tende, non mi volto a guardare, non mi serve, vado avanti verso il momento più difficile: bussare a mia madre. In casa dovrebbe esserci solo lei, se c’è. Chissà, forse è morta o forse si sono trasferiti. Non so nulla di loro.
Suono il campanello, hanno ristrutturato gli infissi e tutta la casa ma il nome ancora non c’è, qui non serve, tutti si conoscono.
Mi apre la porta una bambina di circa sei anni, capelli castani e ricci raccolti in una coda alta, le guance rosse di chi sta all’aria aperta tutto il giorno. Mi guarda seria, non sorride. Io non parlo, forse i miei si sono trasferiti veramente.
Nonna, nonna, c’è una signora che ti assomiglia alla porta.
Arrivo subito!– sento la voce di mia madre dalla cucina. L’ha chiamata nonna, riguardo quella bimba e in effetti ha gli occhi chiari di mio fratello, le labbra carnose di Lucia, la sua fidanzata di allora. Mentre sto lì ad osservarla, non mi rendo conto che mia madre si è avvicinata alla porta e mi sta fissando.
Ciao mamma. – riesco a malapena a dirle con voce fioca.
La piccolina mi guarda, la guarda, mi riguarda: – Nonna, perché ti ha chiamato mamma?
Mia madre scrolla la testa, come se improvvisamente fosse tornata alla realtà grazie a questa vocina.
Lei è la zia della foto che ho in camera, te la ricordi?
Zia Sandra? – chiede incredula, guardando la nonna e poi me e poi di nuovo lei. Alla fine si decide e mi abbraccia – che bello zia, benvenuta!
Nessun bimbo mi aveva abbracciato prima, le appoggio una mano sulla schiena ma capisce che c’è qualcosa di strano, si allontana, mi guarda, mi prende la mano: – Vieni, entra, devo raccontarti un sacco di cose, tranquilla, non ti abbraccio più. Nonna, dai, falle il caffè.
La piccola mi trascina dentro, la seguo e mia madre fa strada verso la cucina. Non mi ha ancora rivolto la parola.
Ѐ tutto cambiato, la vecchia cucina non c’è più, ora ne hanno una marrone in perfetto stile montagna.
Io sono Elisabetta e sono la figlia di tuo fratello Giovanni e di mamma. Il nonno dice sempre che sei morta, ma io non ci credevo, anche perché la nonna mi diceva che saresti tornata. Vedi nonna, avevi ragione!
Eh già,– sono le prime parole che mia madre pronuncia sedendosi di fronte a me preparando la tazzina per il caffè. – Come stai?
Bene. – le rispondo con un sorriso lieve – qui avete cambiato tanto.
Quando tuo fratello si è sposato, abbiamo risistemato un po’ tutto.
Eh sì, noi abitiamo di sopra. – risponde Elisabetta – ma ora non posso portarti perché i miei fratellini dormono.
I tuoi fratellini?– chiedo incredula
Sì, Mattia a quattro anni e Silvia e Francesco due, sono gemelli! E i tuoi bambini dove sono?
Ehm...io non ho bambini.
Ah no? E perché?
Non so cosa rispondere, in fin dei conti non c’è un vero motivo per il quale io e Alberto non abbiamo ancora pensato ad avere figli.
Elisabetta non si fanno queste domande. – interviene mia madre
Scusa! – dice la piccola guardandomi con gli occhi pieni di vergogna.
Non ti preoccupare. In realtà non c’è un vero motivo, stiamo solo aspettando.
Ma hai il moroso?
Certo, si chiama Alberto e ha l’età del tuo papà.
E non avete ancora bambini?
Questa cosa sconvolgeva quella piccola più di qualsiasi altra notizia, neanche che una zia morta avesse bussato alla porta era più tremendo del fatto che a trent’anni non avessi ancora figli.
Dal piano di sopra si iniziano a sentire degli strilli.
Mia madre versa il caffè nelle tazzine e poi scompare sulle scale.
Si sono svegliati, vedrai sono terribili.
Davvero?
Sì, sì! Proprio tremendi.
Sorrido, quella bambina sembra fin troppo sveglia per la sua età. Assomiglia tantissimo a sua madre e così decido di chiederle della sua famiglia, anzi della nostra famiglia.
Mamma e papà dove sono adesso?
Papà è con il nonno al pascolo, fra poco tornano. Mamma è al negozio, lavora con sua sorella, vendono le cose di legno per i turisti, fra poco torna anche lei. Mangiamo tutti assieme e così ti vedranno.
Eh, non so se posso mangiare qui!
Certo che puoi, abitavi qui, poi dobbiamo far vedere al nonno che sei viva, non ci crederà.
Era la cosa che mi spaventava di più ma a Elisabetta non potevo dirlo.
Magari vengo solo a bere il caffè.
No, fermati per pranzo. Mi fa piacere e anche tuo fratello sarà felice di vederti. – dice mia madre tornando in cucina con un bimbo in braccio e due che la seguono
Ciao, – li saluto e loro ricambiano con la mano – e papà? Sei sicura che a lui vada bene?
Tranquilla zia, quando lo sento vado a dirglielo io così non sviene se ti vede! Lo so che i morti fanno paura, ma tu non sei morta.
Vai a prendere il pane con la zia, Elisabetta? – chiede mia madre guardandomi.
Ritorniamo fuiri, per quelle vie strette, giù di nuovo e poi subito a sinistra. Eccolo il panificio, sempre uguale. Non mi riconoscono, ma Elisabetta racconta a tutto chi sono, mi guardano straniti e mi salutano. Mi rendo conto che questi anni mi devono aver cambiata o forse, per tutti, io ero morta. In fin dei conti avevo rinnegato loro e questa terra.
Ritornammo a casa, Elisabetta mi stava raccontando di quello che combinavano i suoi fratelli, aprendo la porta sentii le voci di due uomini, mi affacciai alla porta della cucina piano, la piccola era davanti a me, corse in braccio al nonno urlando festosa:
Nonno, nonno guarda, la zia è viva. Guardale che bella che è!
I suoi occhi incrociarono i miei, erano più stanchi di dieci anni fa e meno arrabbiati. Non parlò, mi venne incontro e mi abbracciò.